
Qualche giorno fa ho sentito una breve intervista a Maurizio Pollini, uno dei più grandi pianisti classici: il giornalista, ingenuamente, gli ha posto questa domanda: “Maestro, che cosa è più importante per un artista, il cuore o la tecnica?”.
Il maestro gli ha risposto lapidario: “Entrambi” e il tono era quello di chi esprime un’ovvietà.
Perchè ho scritto “ingenuamente”?
Oggi siamo vittime di un equivoco: i mezzi tecnici permettono una qualità di esecuzione irraggiungibile solo pochi anni fa. Esecuzione di musica, di immagini, di video.
Nella musica, con l’ausilio di un PC non è difficile mettere insieme della musica che funzioni, intonata e con progressioni armoniche corrette, con una macchina fotografica è banale ottenere delle immagini “a posto” e così via.
Una volta mi è capitato di sentire il leader di una band di successo sostenere che si erano “liberati dalla schiavitù delle sette note”: siccome usavano il computer per assemblare “campioni” di musica altrui, per loro quella delle sette note era una inutile “schiavitù”.
L’equivoco sta nel fatto che se si riduce la necessità di tecnica, allora basta il “cuore” per avere un bel risultato. L’ingenuità sta nel credere che il cuore sia più importante della tecnica.
E’ ovvio che il reporter di guerra sotto il fuoco non si preoccuperà più di tanto delle regole dei terzi o del rettangolo aureo, ma certamente le conoscerà e le saprà mettere in pratica.
In altre parole, non bastano un soggetto o un’idea interessante, è necessario anche renderlo al meglio per avere immagini efficaci, altrimenti ci troviamo a dover giustificare le nostre immagini di fronte alle critiche: “Sì… è un po’ sfuocata, però quel riflesso era molto carino” oppure “… è un pochino mossa, ma sai, non avevo voglia di prendere il treppiede…”.
Perciò: cuore e tecnica.
Noi amanti della fotografia abbiamo un vantaggio sui pianisti classici: non dobbiamo interpretare immagini altrui, possiamo scegliere e fare le nostre… e non è una cosa da poco!




